di PAOLO PAGANI
È sceso di sella da un minuto: 6 ore, 180 km. Lo fa ogni tre giorni. Sennò, il tran tran quotidiano è 3-4 ore di bici. In braccio adesso gli frigna il figlioletto, Santiago. Eccolo qua il Campione, Ivan Basso, classe '77, lombardo da Cassano Magnago come Umberto Bossi. Vincitore del Giro 2006. Fresco reduce da un ritiro negli Stati Uniti. Parla volentieri, del suo futuro prossimo e di molto altro, in questa intervista esclusiva a SKY Life - Sport. Alla vigilia di una stagione importante. Di più: decisiva. Squadra nuova (Discovery), vecchi obiettivi. I più ambiziosi. Giro e Tour, per esempio. Giovedì 15 febbraio parte la sua bagarre, Giro della California, USA. Un aperitivo morbido.
Usciamo subito dal tema, cominciamo dal pallone. I fatti di Catania : colpe e responsabilità?
"Il mio primo pensiero è andato e va a chi è mancato. È morta una persona, mi piacerebbe che nessuno lo dimenticasse. Poi dico solo che, l'anno scorso, ci sono stati 6 milioni di tifosi sulle strade del Giro. E neanche uno che abbia sferrato un pugno a un altro. Non c'è la polizia e non succede mai niente di male...".
Quindi? Violenza vuol dire calcio.
"Alt, momento. Perché nel calcio sì e nel ciclismo no? Mi pare difficile dare una risposta una volta per tutte. Azzardo così: il calcio è molto più sentito, basta un errore arbitrale, un vecchio torto che agli occhi di qualche scalmanato si riaccende. So che nel mio mondo, fortunatamente, non capita".
Capitano altre cose: magari perché il ciclismo è nel mirino. Parlo di farmacia proibita. Che cosa ne pensa?
"Non so se il ciclismo sia nel mirino. Ma so che non voglio entrare nel merito del doping e dell'Operacion Puerto. Pago un buon avvocato. Se vi stanno a cuore certe cose, chiedetele a lui . Mi perdoni: non potremmo parlare di cilcismo pedalato?".
Lei è un grandissimo campione, mi dica se crede che, in questo calcio malato, qualcosa cambierà.
"Ancora una volta, non so cosa pensare di originale. Ci sono segnali, però. Il dialogo tra le società e le tifoserie potrebbe servire. Io non vado mai allo stadio, le partite le guardo in tv. Ma...".
Milanista, vero?
"Giusto, tifo Milan. Dicevo: allo stadio non ci vado. Non sono presente. Ma sono attento. E ribadisco una convinzione: le milanesi, Milan e Inter, secondo me si stanno dando da fare nella giusta direzione per fare ragionare le tifoserie. Una strategia che darà presto risultati".
Torniamo sui pedali: l'ha vista la fiction tv su Pantani? Impressioni?
"Per chi ha avuto la fortuna di correre con lui, l'emozione era la gara al suo fianco. Più dei film sulla sua tragica storia. Chi ha corso assieme al Pirata, e a me è capitato, conserva nel cuore il suo personalissimo film. Non ho bisogno di vedere altro su Marco. Se poi mi chiede un giudizio sulla fiction, per carità, dico che si tratta di un buon lavoro, fatto bene. Solo che l'emozione abita altrove".
Non l'ha sfiorata un paragone? Pantani dalle stelle all'abisso, lei l'anno scorso si è ritrovato di colpo al centro della bufera dopo avere vinto, da fenomeno, un Giro d'Italia.
"No, nemmeno per un istante. Le cose avvengono sempre in modo diverso. Diversi sono gli episodi, i contesti, i personaggi e le persone. La storia umana mia e quella di Marco sono diversissime".
Il suo programma per "farsi la gamba" nelle prossime settimane?
"Il Giro della California, da giovedì 15 febbraio. La prima gara con la squadra nuova, compagni eccellenti, un'ottima squadra. Simile a quella dell'anno scorso. Direi che parliamo dei due migliori team al mondo. La Csc e la Discovery sono squadre simili nella gestione e nei metodi di preparazione, ho notato differenze minime nel mio passaggio dall'una all'altra. E ormai me la cavo discretamente bene anche con l'inglese, almeno quello ciclistico. Poi, a proposito di programmi, correrò la Tirreno-Adriatico e la Milano-Sanremo ".
Quest'anno lei festeggia 30 anni: gli obiettivi per celebrare la ricorrenza?
"Sono gli anni migliori, il mio obiettivo è concretizzare il massimo. E i miei progetti sono molto ambiziosi".
Giro e Tour targati Ivan Basso, insomma. Ci aspettiamo grandi cose.
"Ho rispetto per tutti. Avversari vecchi e nuovi del Giro e del Tour. Sono molti i giovani sempre più forti. Io ho dentro di me una grande serenità. Il Tour è la corsa più bella del mondo. Il Giro l'ho vinto, il Tour ho una voglia matta di correrlo ad altissimi livelli. No, non sono rabbioso, non covo rancore. La rabbia fa commettere errori stupidi, con la fretta e la voglia di rivincita non si va lontano. Io voglio andare lontano. Mi sto preparando bene. E non dico altro, le emozioni non si possono raccontare. Bisogna provarle e farle vivere ai tifosi con i fatti".
Lo sa che lei è un simbolo dell'America, come Tiger Woods? Mi riferisco al suo contratto da uomo-immagine della Nike per il ciclismo. Gli sportivi erano ad associare a certa fama campioni come Ronaldinho, mica un pedalatore. Lei inaugura un'epoca.
"Ma no, cosa dice. Mai un ciclista potrebbe aspirare a raggiungere livelli così alti di popolarità planetaria. A meno di vincere otto Tour, uno in più di un certo Lance Armstrong, ecco. Mi considero membro di una categoria inferiore di sportivi in quanto a popolarità e volume di business. Cosa vuole, sarà che sono abituato, da buon lombardo, a tenere i piedi per terra...".
Lance Armstrong, sarà un caso, è il team manager e l'eminenza grigia Discovery. Cosa manca allora ciclismo per "scoprire" l'America?
"Beh, intanto la passione della gente per il ciclismo non sarà ancora a livelli nostri, ma ci si avvicina. La gente, il seguito popolare, è sempre il termometro di riferimento. I tifosi vanno fatti maturare. Ci stiamo provando. Gli Usa hanno già campioni in grado di vincere tutto, gare in linea e corse a tappe. In effetti al ciclismo non manca proprio nulla per avere successo in America.
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